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Cina, Google, GoDaddy e la politica

GoDaddy.com è uno dei più grandi registrar di domini Internet. Di certo non un “cattivo” nel senso internettiano del termine, ma non è nemmeno una pecorella: questa notizia, ad esempio, è datata, ma fa capire che il business dei domini internet ha luci e ombre e non c’è molto spazio per i “buoni”.

Fatta questa premessa, quando vado a leggere che:

In response to new rules, GoDaddy to stop registering domain names in China

anche se mi dovrei stupire, non mi stupisco affatto e mi convinco sempre più che la zona grigia di cui parla Massimo Russo, tanto grigia non è.

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Opzione Share in Facebook

Tanto per rimanere in tema anche con quello che dicevo un po’ di tempo fa, oggi posto un link sul mio profilo Facebook. Il link deve essere piaciuto, perché poco dopo ricevo un paio di “like” e un commento (quanto mi sono sentito cool…:-) ).

Insomma, per farla breve: oggi ho scoperto la funzione di quel tastino share a lato di ogni status update, che ti permette di ripostare lo status/link inserito da un tuo amico. Facebook, in questo caso, si scopre “ligio al dovere” nel riconoscere la mia proprietà intellettuale sulla piccola cazzata scritta per caso e quando il mio amico ha cliccato il famigerato tastino, sul suo Wall è apparso un bel “nome-amico via alezzandro“.

Ecco, questa è una incredibile falla nella privacy. In questo modo degli sconosciutissimi “Friends of a Friend” stanno leggendo il mio update, sanno che l’ho scritto io e tutte le balle di Zuckerberg (che non ho nemmeno voglia di linkare, per quante sono tante) sulla sicurezza vanno a farsi benedire.

Così, nel caso non si sia ancora capito a chi stiamo affidando i nostri dati personali, leggete un po’ questo e questo e poi andate a rispondere alla domanda di Stefano:

Comprereste un’auto usata da quest’uomo?

Un modello di privacy nei social network

Vi segnalo un interessantissimo articolo: alcune riflessioni sulla privacy nei social network che ha anche sviluppato un interessante dibattito nei commenti.

Cyanto analizza il concetto di privacy nei Social Network in base ad uno strumento preso in prestito dalla psicologia cognitiva, la  Johari window.

[…]

In qualche modo un social network deve predisposrsi per ospitare la relazione tra me e gli altri nella sua interezza rispettando la mia tendenza naturale alla privacy (Area C). Tutti i social network nascono con finalità legate all’Area A.

[…]

Lo Johari window mostra come ci sia una naturale tendenza alla privacy in ogni utente per cui quando Zuckenberg dichiara che la privacy è roba vecchia o quando google buzz aggancia in automatico tutti i miei contatti di gmail crea una situazione in cui mi costringe ad espellere dal web o da quella piattaforma l’Area C.

[…]

Google condannato, editore o forum? Forse entrambi!

Update: mi sono riletto, ovviamente non è uscita nessuna sentenza, ma solo la notizia della condanna.

È uscita la sentenza che condanna 3 (su 4) dirigenti di Google nel caso ViviDown. 3 (su 4) dirigenti di Google sono stati condannati per violazione della privacy nel caso ViviDown. In breve, è successo che un cretino ha caricato su Google Video un video di un ragazzo disabile picchiato e deriso dagli “amici”. Il video è arrivato in home page di Google Video, il grande pubblico se ne è accorto e, indignato, ha denunciato chi ha picchiato il ragazzo, chi ha fatto l’upload e Google per aver permesso l’upload/non aver rimosso il video.

Perché Google dovrebbe essere responsabile per ciò che fanno i suoi utenti? Perché no, se fa profitto sui loro contenuti? Stiamo assistendo alla lenta ma inesorabile sconfitta del web 2.0?

Stefano, qualche tempo fa, aveva riassunto e spiegato in modo magistrale le varie problematiche legate a questo processo e vi invito a leggerle perché molto istruttive.

***

Dati i recenti sviluppi, torna di attualità un post di qualche tempo fa, sempre di Stefano, “il web 2.0 alla prova della regolamentazione: l’acqua diventa vino“, dove ci si chiede esattamente questo: quando un gestore di una piattaforma web 2.0 è “hosting” e quando, invece, diventa responsabile dei contenuti pubblicati dai loro utenti (di fatto, un editore)?

Ho letto qualche commento in giro che, riguarda alla vicenda di Google dice: “sì, ma loro non si sono limitati a fornire spazio web a chi ha caricato il video, l’hanno addirittura messo in home page e utilizzato per promuovere il business”. Riporto, a questo proposito, un mio vecchio commento al post di Stefano, che mi sembra tornato abbastanza attuale:

… A me [il web 2.0] sembra una evoluzione di entrambi (del concetto “classico” di editore e di un forum vecchia maniera, NdA) anzi una loro integrazione facilitata dalle nuove tecnologie. Il problema, a mio avviso, è che gli Operatori 2.0, nei quali lavorano “umani” che una volta gestivano “semplici” forum, non hanno nemmeno loro chiara la differenza fra le diverse funzionalità di una piattaforma 2.0 e creano dei ToS che confondono ulteriormente le idee.

***
Supponiamo che un giornale abbia un forum (stile 1.0, per intenderci) dove gli utenti pubblicano i loro interventi. Ora supponiamo che la rubrica cartacea “Lettere al Direttore” contenga una selezione di tale lettere.

Passano gli anni, il giornale cartaceo [va] online, poi si semplifica ancora e diventa una serie di pagine integrate con il forum, che si chiamano “home page”, “preferiti”, “top lettere”.

Allo stesso tempo, il forum aggiunge funzionalità “social” e permette la creazione di un network di amici.
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La bottom line è che piuttosto che decidere se una piattaforma 2.0 sia hosting o editore, bisognerebbe favorire una normativa che sia in grado di distinguere fra le due diverse funzionalità.


Google Chrome per Mac (Beta)

Ho installato Google Chrome per Mac (è una beta, ma quale servizio di Google non lo è?). A prescindere dalle funzionalità che ancora mancano, che comunque non mi sembra si annuncino epocali, mi sembra una versione leggera di Firefox.

Mi sa che tra poco smetto di usarlo: voglio i miei temi e il mio Delicious.

Facebook e la privacy

Facebook aggiorna (eufemismo per dire “cambia ancora una volta”) le regole della privacy.

Qualche mese fa avevo già scritto a proposito delle tecniche utilizzate da Zuckerberg per confondere gli utenti e impedirgi di capire fino in fondo cosa significa, da un punto di vista della privacy, far parte di Facebook. Le opzioni cambiavano di continuo e, ogni volta, il messaggio era: “stai tranquillo ora sì che sei al sicuro!”.

Bene, ci risiamo: in sé non sarebbe una gran notizia, però vale la pena leggere il commento di Luca De Biase a riguardo, di cui vi riporto alcuni estratti:

Mark Zuckerberg scrive ai 350 milioni di iscritti a Facebook per informarli che sta arrivando una nuova versione del sistema di controllo della privacy nel social network

[…]

Chi è consapevole della scarsa privacy che c’è su Facebook, tende a pubblicare in modo molto asettico e soltanto cose che possono essere pubbliche. Se invece si fosse davvero convinti che la privacy sarà mantenuta su quello che appare più personale, si potrebbe scrivere con maggiore spontaneità.

E’ proprio la spontaneità che interessa chi fa ricerche di mercato su Facebook. Il nuovo sistema non consentirà certo a chiunque di vedere qualunque cosa, ma aumenterà l’informazione che i robot di Facebook potranno utilizzare per fare analisi sui comportamenti, i valori e i cambiamenti culturali che avvengono tra le persone del social network.

[…]

(da Luca De Biase)

Che cosa protegge l’anonimato protetto?

Update: avevo dimenticato il titolo al post!

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Seguo da un po’, e con interesse, il dibattito sull’anonimato protetto. Prendo spunto da un commento (non molto chiaro, devo dire la verità) ad un post di Stefano Quintarelli e mi chiedo:

Qual è la tipologia di illeciti che si vuole prevenire introducendo l’anonimato protetto nelle reti wireless?

La sicurezza di un sistema informatico non puo’ essere garantita al 100%. Una quasiasi “misura di sicurezza” puo’ bloccare solo quegli illeciti per cui il rapporto costo per aggirarla/beneficio nell’averla aggirata non è (sufficientemente) favorevole.

In altre parole, è vero che l’anonimato protetto permette l’identificazione di un utente che si connette ad un Access Point, ma è anche vero che previene solo quegli illeciti per cui non vale la pena affidarsi a un qualsiasi decente servizio di anonimizzazione.

In questa ottica mi chiedo:

  • Qual è il reale beneficio che l’anonimato protetto puo’ portare alla sicurezza informatica?
  • Siamo sicuri che non diventi solo un impiccio per chi vuole avere una rete wireless, sia essa domestica o commerciale?

Sinceramente, se la legislazione fosse un pochino più chiara, sarei più che felice di aprire la mia rete domestica, che per la maggior parte del giorno rimane inutilizzata (non lo faccio, non sono coraggioso come Bruce Schneier); e sarei grato a chi facesse lo stesso quando sono io a essere fuori casa. Unica accortezza, vorrei un programmino che fosse in grado di switchare ad una rete protetta quando mi connetto.