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Vint Cerf, IPv6 e IDN

Nonostante le mie rassicurazioni, questo post arriva un po’ in ritardo, e forse anche fuori tempo massimo, dato che Punto Informatico ha già raccontato molto di quello che avrei scritto io. Dovete perdonarmi, ma è appena terminato un week-end di caldo e sole e io l’ho passato ovunque tranne che a casa: se viveste in Inghilterra sapreste cosa vuol dire! 😉

Vint Cerf è l’uomo più elegante dell’ICANN, così me lo avevano descritto e, martedì mattina, ho avuto una mezza conferma, quando, durante la breve visita a Nominet,  ha sfoggiato un abito grigio scuro impeccabile, con gilè e camicia con gemelli.

Segue breve riassunto dell’intervento.

Le maggiori sfide di Internet: IPv6

(PI ne parla in modo abbastanza chiaro qua) Lo spazio di indirizzamento associato a IPv4 si sta esaurendo. Sono 15 anni che si sta esaurendo, ma adesso si sta cominciando a vedere il fondo. Se non ci diamo una mossa, qualcuno potrebbe cominciare a comprare interi range di indirizzi IP al solo scopo di venderli, in un secondo tempo, a prezzi elevati. Se questo dovesse verificarsi, il problema diventerebbe ancor più grande.

Da un punto di vista tecnico non c’è nulla che freni il passaggio a IPv6, alcuni registry sono già pronti, altri lo saranno a breve. Il problema sono gli ISP. Molti non sono ancora pronti al passaggio e preferiscono rimandare il problema piuttosto che investire e risolvere.

La transizione sarà comunque lunga e solo se iniziata per tempo sarà indolore (o quasi). Immaginatevi questo scenario: gli indirizzi IPv4 terminano e nuovi siti (e nuovi ISP) sono costretti ad utilizzare solo IPv6. Si rischia la fragmentazione della rete (fragmentazione fisica).

Le maggiori sfide di Internet: Internationalised Domain Names and gTLD

IDN, cioè la possibilità di registrare un nome di dominio utilizzando caratteri non latini (questo post, in fondo). Nuovi gTLD, cioè la liberalizzazione (o quasi) nella registrazione di nuovi nomi di dominio di primo livello (.it, com, org, etc.). Questo problema ha due aspetti:

  • Sicurezza. Il rischio di phishing aumenta incredibilmente data la quantità di caratteri esistenti.
  • Tecnico. Il carico sui root server aumenterebbe notevolmente. Nella loro configurazione attuale, possono gestire fino a un migliaio di TLD, equivalente a circa tre volte il numero attuale. Se ci fosse un;impennata nel numero di nuovi TLD l’intera infrastruttura potrebbe risentirne.

Il problema più urgente, naturalmente, è quello della sicurezza. È interessante notare che, sebbene l’introduzione di IDN creerebbe diversi problemi, essa è necessaria. Esistono paesi che danno la possibilità agli utenti di utilizzare Internet nella propria lingua. Gli ISP di questi paesi hanno server dedicati alla traduzione delle query per garantire l’interoperabilità con il DNS dell’ICANN.

Sono realtà importanti che non possono essere ignorate e, se il problema non viene risolto, si rischia di andare verso una fragmentazione di Internet (fragmentazione logica).

DNSSEC

Lo sviluppo di DNSSEC è importante, soprattutto alla luce delle recenti vulnerabilità nel DNS. L’ICANN è fortemente influenzato dal governo degli Stati Uniti (volenti o nolenti, questa è la realtà) e difficilmente qualcosa si muoverà sul lato DNSSEC, finché il nuovo governo (indipendentemente da chi vincerà) non si sarà installato (quindi, non prima di Gennaio dell’anno prossimo).

NB: questo non implica un coinvolgimento diretto del Presidente, naturalmente, ma è tutta la macchina decisionale che ruota intorno a Washington che, di fatto, si ferma fino a nuovi ordini.

Censura in Cina

Qualcuno ha chiesto perché Google censura in Cina. Da politico navigato qual è, la sua risposta è stata impeccabile: “preferiamo censurare che noi che far censurare a loro, almeno abbiamo il controllo di quel che succede. Solo la versione .CN è censurata, non quella internazionale. Censuriamo solo l’1% dei siti (vabbé, questa se la poteva risparmiare. se mi censuri la parte alta dei risultati di ricerca è come censurarli tutti)”.

Ha poi concluso ricordando che nessuno dei loro servizi basati in Cina, così le autorità non possono chiedergli i log dei server o i dati personali degli utenti (come fanno i nostri competitor, ha aggiunto…).

Chrome e Google

Spinto da qualche domanda, Vint Cerf ha un po’ parlato di Google Chrome. Niente di particolarmente rilevante.

Non ha detto una parola a proposito del telefonino con Android. A parte che il lancio ufficiale non c’era ancora stato, credo non avesse voglia di imbarcarsi in una raffica di domande senza fine.

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Dataspace, web semantico e database

Dato che il mio precendente post su Google e i dataspace ha suscitato un certo interesse, ho deciso di approfondire l’argomento e di inquadrare meglio il problema (fatemi sapere se non sono stato abbastanza chiaro).

Il concetto di dataspace ha avuto origine nella comunita’ del Web Semantico (si veda Stalkk.ed, dal quale ho preso spunto, e Daniel’s blog per un approfondimento). Riferito ad uno specifico utente, ne descrive lo spazio concettuale che lo circonda, includendone i dati personali e i dati generati (documenti, foto, blog, etc.) e tutti gli altri dati legati all’utente da una qualche relazione (blog preferiti, amici, etc). Inoltre, il dataspace di un utente include anche tutte le relazioni che sussistono tra questi dati, che diventano esse stesse dato e potenziali sorgenti di nuove informazioni (es, da una lista di bookmark si puo’ dedurre la conoscenza linguistica dell’utente).

Data questa definizione in odore di ontologia ;-), lo studio dei dataspace, e in ultimo la loro realizzazione, puo’ avvenire seguendo due strade opposte.

Il web semantico

L’approccio adottato dalla comunita’ del Web Semantico e’ di tipo top-down (deduttivo). Dalla definizione astratta di dataspace si passa alla sua rappresentazione concreta attraverso un linguaggio formale che permette di lavorare con essi e di sfruttarne appieno le potenzialita’. Infine, si cerca un linguaggio che permetta di interrogare/navigare un dataspace e che sia in grado di estrarne tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno. E, come si dice, implementation follows. Siamo in era RDF, OWL, SPARQL (e qui mi fermo, perche’ non e’ il mio campo e rischio di dire delle gran cavolate).

I database

L’approccio adottato nella comunita’ database, al contrario, e’ di tipo bottom-up (induttivo). Si parte dall’evidenza che il dataspace di un utente (cosi’ come il web, d’altronde) e’ un universo di sorgenti di dati eterogenee, poco integrate e che forniscono informazioni spesso ridondanti o in contraddizione tra loro (anni fa si parlava del database delle vendite non allineato con il database dei prodotti, con quello dei clienti, etc).

Innanzitutto, ci si chiede come estrarre i dati dai siti web e come elaborarli per presentarli all’utente in modo unificato. Quindi, ci si chiede come funziona il motore di ricerca che permette di individuare tutte le informazioni che, in un dato momento, sono rilevanti per l’utente, indipendentemente dal loro formato.

Due metodologie a confronto

WS: “Un dataspace contiene tutti i documenti, i video, le foto di un utente, gli amici, le relazioni che li legano e molto altro”.

D: “Ho fatto una ricerca con la parola Parigi, ma non e’ stato in grado di ritrovarmi nemmeno la foto della torre Eiffel. Ti sembra un dataspace?”

In genere, la comunita’ dei database predilige definizioni piu’ “operative”: il dataspace, cosi’ come e’ definito nella comunita’ del Web Semantico, non e’ pienamente realizzato, ma emerge mano a mano che gli strumenti che devono implementarlo si raffinano e permettono un’espressivita’ maggiore.

C’e’ pero’ anche un’altra differenza:

  • Nel primo caso, si definisce una rete (dovrei dire, ontologia) di dati, oggetti e relazioni che tende alla nozione vera e propria di web semantico a-la-Berners Lee. La rete “contiene” i dati, il cui accesso e’ subordinato alla navigazione della rete stessa.
  • Nel secondo caso, il namespace e’ piu’ vicino allo schema tipico del mondo dei database, che descrive i dati ma non li contiene. Il focus, in questo caso, deve essere sulle funzionalita’ di ricerca di questi dati, senza le quali lo schema rimane uno scheletro vuoto.

La logica con cui si muove Google, naturalmente, e’ legata al secondo approccio, piu’ pragmatico, efficiente e sicuramente piu’ scalabile: quelli di Google non possono permettersi di produrre niente che non sia in grado di funzionare su volumi di traffico e dati impressionanti!

Chrome e il Google dataspace

UPDATE (7/09/2008 ): un approfondimento sui dataspace.

UPDATE (20:43): la beta di Chrome e’ ora liberamente scaricabile, a patto di avere Windows
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A completamento del mio precedente post su Google Chrome, il nuovo browser, anzi no, sistema operativo, anzi no, contenitore di applicazioni, anzi no, tutti e tre insieme, vorrei aggiungere alcune considerazioni personali sul perche’ Google abbia deciso di percorrere questa nuova strada.

Quello che segue e’ una rielaborazione di un paio di commenti che ho lasciato ai post di Vittorio Zambardino e Luca de Biase, che mi hanno fatto ragionare sul perche’ di Chrome.

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Alon Halevy e’ un brillante (ex-)professore di database dell’universita’ di Washington che, dopo aver passato anni a studiare gli infiniti problemi legati all’integrazione di dati da sorgenti eterogenee (schema mediation, schema reconciliation, etc, etc), comincia a lavorare ad un’idea che di li’ a poco (siamo nel 2005) chiama dataspace. Dal 2006 lavora per Google, il brevetto dell’idea di dataspace arriva poco dopo. Infine, arriva Chrome

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Ma, in pratica, che cos’e’ un dataspace?
(qui una presentazione di Halevy del 2006)

Considerate l’insieme delle informazioni, personali e non, che ciascuno di noi dissemina in Internet. Tutti questi dati, siano essi email, chat, photo, “notizie” da quotidiani, documenti, etc. sono eterogenei, cioe’ hanno formati differenti, sono mantenuti su piattaforme indipendenti e possono avere interfacce d’accesso completamente diverse fra loro.

Il dataspace e’ quell’astrazione che ci permette di ignorare le differenze e di concentrarci sui dati veri e propri, con l’illusione che essi siano omogenei. In quest’ottica Internet smetterebbe di essere una costellazione di pagine web, di siti internet e applicazioni diverse, ma diventerebbe un continuum in cui possiamo muoversi senza sentire le barriere di una integrazione incompleta.

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Nel frattempo Google che fa?

Google si e’ gia’ costruita, negli anni, uno “spazio di dati” bello corposo, ma l’integrazione fa ancora un po’ acqua (se escludiamo il fatto che tutti i servizi sono accessibili tramite un unico account).

Il prossimo passo e’ sviluppare gli strumenti che possano rendere reale questa integrazione e dare vita, in modo concreto, a questo fantomatico dataspace.

Secondo me, Chrome e’ un passo decisivo in questa direzione: come molti prima di me hanno notato, qui non si sta proponendo “solo” un nuovo browser, ma si cerca di far passare una “filosofia” completamente nuova”: si vuole rendere obsoleto il concetto di sistema operativo come lo conosciamo.

Quando tutti i nostri dati saranno online, dalle mail ai documenti di lavoro, alle presentazioni fino ad arrivare alle foto delle vacanze, sara’ il browser (se ancora si chiamera’ cosi’) a fare la differenza e il sistema operativo sara’ un simpatico accessorio al nostro accesso a Internet.

Zambardino dice che i dataspace non c’entrano, ma secondo me stiamo dicendo la stessa cosa:

…il punto di forza è che sullo zoccolo di Chrome, si costruirà col tempo uno strato di nuove applicazioni crearte da terzi, anche singoli, che vorranno mettere la loro “bancarella” nel mercato dei grandi. Google a sua volta potrà integrare nel browser l’ubiquità e fluidità dei suoi servizi, godibili anche su cellulare…

Ma alla fine, quale sara’ la “user experience” dell’utente comune che usera’ questo super-browser pieno di mini-applicazioni? Quella di essere di fronte a un sistema operativo omnicomprensivo che gli permette di interagire con il suo spazio-dati (e probabilmente anche con quello dei suoi “friends”) attraverso una serie di interfacce piu’ o meno standard. Che e’ la base del concetto di dataspace (della sua implementazione reale, naturalmente).

Google, Chrome e Android

(Qui alcune riflessioni in piu’ su Chrome)

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Domani Oggi Google rendera pubblica la beta version del suo nuovo browser, Google Chrome:

We will be launching the beta version of Google Chrome tomorrow in more than 100 countries. (via Official Google Blog)

Per ora il link al sito web di Chrome cita un “Not Found, Error 404”, immagino sia solo questione di poche ore: la notizia e’ datata 1 Settembre ma probabilmente dovremo aspettare finche’ non diventera’ giorno negli Stati Uniti.

Google Android: ma voi ve la ricordate il concorso di Google Android, quello a cui si poteva partecipare da tutto il mondo civilizzato e anche piu’, tranne che dall’Italia? Pare che la prima parte sia terminata, i vincitori li trovate qui.

Da qui (in fondo alla pagina):

When Android was announced on 5 November, 2007, Google also announced a $10 million Android Developer Challenge, split into two separate $5 million events. The first Android Developer Challenge ran from January 2008 through August 2008, and was intended to give developers an opportunity to explore their ideas using the early look SDK and build prototype applications — to “get in on the ground floor.” The second Challenge will give developers a chance to build polished applications once hardware is available.

In pratica, ora ci sara’ una seconda fase in cui i finalisti (o forse e’ aperto a tutti? Questo non mi e’ chiaro) saranno chiamati a implementare le loro idee (solo quelle vincenti?) sui terminali reali.

Interessante no?