Monthly Archives: December 2008

Twitter e identità digitale nei social network

Che succede se qualcuno ti “ruba” l’account su Twitter? Nel momento in cui sto scrivendo, ad esempio, l’account “Microsoft” (http://twitter.com/microsoft) è vuoto e non appartiene all’azienda produttrice di Windows.

Uno “scherzo” come questo, nel campo dei domini internet, si chiama typosquatting (ne avevo già parlato da qualche parte): il nome (trademark) di un’azienda famosa (Microsoft, in questo caso) viene sfruttato per attirare traffico verso un sito o un servizio che con Microsoft non ha niente a che vedere. Il typosquatting non è legale e l’ICANN gestisce i casi dubbin tramite  attraverso l’UDRP.

Twitter è un giochino carino, a volte utile, ma non fondamentale per il funzionamento di Internet. E se un giorno diventasse importantissimo? Sarebbe corretto che l’account Microsoft non fosse assegnato a chi, normalmente, ne avrebbe diritto?

Un anno fa Steve Poland fa incetta di account Twitter con l’intento dichiarato di rivenderli quando avranno acquisito valore. Uultimamente, però, se li vede annullare uno a uno per essere restituiti ai “legittimi proprietari”. Io penso che la decisione sia stata corretta (Steve Poland è solo uno speculatore). In generale, però, Steve ha ragione quando si chiede

I’m just wondering, when does it end? My personal twitter account is STP — are you going to pull that from me when STP (motor oil company) or Stone Temple Pilots comes to you guys and claims trademark infringement? My initials are STP — as in, “Steven Thomas Poland.”

Stiamo parlando di identità digitale: FaceBook, MySpace, Second Life e qualsiasi applicazione Web 2.0 identifica i propri utenti tramite un nickname univoco. A lungo andare, si crea una relazione forte fra utente reale e suo alter ego digitale un po’ come capita già fra un’azienda e il suo marchio. Da qui nascono due problemi importanti e contrapposti:

  1. Il problema della continuità, stabilità e persistenza del doppio virtuale dell’utente. La sicurezza, cioè, che un nickname o un account non venga cancellato, riassegnato e sospeso, magari perché inutilizzato per un certo periodo di tempo o perché richiesto da qualche entità terza che non ne abbia diritto.
  2. Il problema del Yet Another Social Network, il rischio, cioè, che l’identità che è di un utente in un’applicazione (spesso, lo ripeto, consiste di un semplice nickname) sia assegnata (magari anche in modo legittimo) a un altro utente in un’altra applicazione (UPDATE: per l’appunto, qui si parla di Reverse User Name Hijacking)

Esistono delle proposte in questo senso (OpenID, ad esempio) ma, oltre a non essere soluzioni definitive, sono, per ora, gestite da compagnie private, che non è il massimo.

Io credo che il problema dell’identità digitale, con tutti i suoi risvolti tecnici e legali, non sia ancora stato compreso e affrontato adeguatamente e mi chiedo se sia necessario, nel prossimo futuro, iniziare una riflessione di ampio respiro su questo tema (di typosquatting, ad esempio, si parla da anni e ormai c’è anche una certa letteratura legale a riguardo. Ma il problema è ancora lungi dall’essere risolto).

Per ulteriori approfondimenti consiglio la lettura di Social Media User Names Becoming More Like Domain Names apparso su DomainNameNews qualche giorno fa.

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Google e neutralità dei contenuti (2)

Qualche giorno fa avevo scritto questo commento alla notizia di Google e del suo edge caching. Le certezze vacillano e gli osservatori cominciano a chiedersi se, forse, l’edge caching con la neutralità della rete qualcosa c’entri. Queste titubanze sono riportate dal pezzo a quattro mani firmato ZambardinoRusso qui.

Io continuo con la mia provocazione: neutralità della rete o dei contenuti? L’ISP o le telco potrebbero veramente permettersi di penalizzare Google Microsoft? Chi ci rimetterebbe?

Privacy, chi va su e chi va giù

Ieri, via Stefano, leggo che Yahoo! si impegna a rendere “…anonimi i dati di connessione degli  utenti entro 90 giorni con alcune eccezioni previste per la verifica delle frodi, la tutela della sicurezza e per l’adempimento di obblighi legali.” (link al comunicato stampa).

Spulciando il sito di Yahoo! si scopre inoltre che il colosso americano ha aderito alla Network Advertising Initiative che, fra le altre cose, offre la possibilità di fare opt-out per la ricezione di pubblicità personalizzata. In pratica, i siti web che aderiscono, si impegnano a non raccogliere dati personali a scopo pubblicitario sui loro visitatori.

***

Oggi, invece, leggo un’altro fatto che coinvolge spaces.live.com e che va un po’ in direzione contraria rispetto alla prima notizia. A quanto pare, con la nuova versione della piattaforma di blogging è stata eliminata la possibilità di lasciare commenti anonimi in un blog. La cosa grave, però, è che a quanto pare questa regola è stata applicata retroattivamente (via Links):

I am a member of a small private blog that discusses matters of a highly personal nature… The blog was hosted on spaces.live.com, which recently upgraded its services/UI. As part of this upgrade, the ability to comment anonymously on blogposts was removed.

…Because Live went and applied the policy retroactively so all the anonymous comments posted in the past NOW EXPOSE THE COMMENTER’S NAME. Thankfully the blog owner noticed this and shut the blog down completely…

Secondo me alla fine si dirà che c’è stato un errore a cui, magari già adesso, è stato posto rimedio.  la scarsa attenzione che viene posta su queste tematiche, sia da parte delle aziende che, spesso, da parte degli stessi utenti.

Benvenuto al nuovo Papero Giallo

Vorrei dare il mio piccolo benvenuto alla nuova veste grafica del Papero Giallo, un blog che negli ultimi tempi ho molto seguito e apprezzato, sia per i temi discussi che per la disponibità al dialogo del suo autore Stefano Bonilli.

Qui il post inaugurale.

Google e neutralità dei contenuti: quella della rete è acqua passata

Supponiamo che questo sia un falso allarme e che Google non stia intaccando la neutralità della rete. In fondo vuole fare un semplice “Edge Caching”: gli utenti di alcuni ISP accederebbero più velocemente ai contenuti di Google perché presenti già nella cache. Non si avrebbero contenuti più prioritari, solo contenuti oggettivamente più veloci.

Secondo David Isemberg (via Mantellini):

Net Neutrality only becomes an issue when a carrier picks and chooses which cache to supply pipes to.

The concern of Network Neutrality advocates is not with access but with delivery…Since the edge caching Google is proposing is about access, not delivery, there’s no problem.

e queste posizioni mi sembrano, più o meno, condivise da Luca de Biase nel suo post di ieri.

E se  il discorso sulla neutralità della rete fosse diventando obsoleto? (nota: non in termini assoluti, ma nel senso che ormai è stato sviscerato abbondamentemente)

E se fosse ora di cominciare ad interrogarsi sulla neutralità dei contenuti?

Cosa succederebbe a quei piccoli ISP con basso potere contrattuale (ie, numero di utenti) per invogliare i Google e i Microsoft del futuro a investire in edge caching (tanto per fare un esempio) presso di loro?

La rete di accesso sta diventando meno costosa e gli ISP, conseguentemente, stanno perdendo il loro potere. I fornitori di contenuti, dall’altra parte, stanno diventando i veri attori del futuro: fareste, voi, un contratto con il vostro ISP se non vi assicurasse un accesso veloce a, che so, i servizi di Google?

Il focus, ormai, è sui contenuti. Per ora sto fantasticando, ma non è tanto inverosimile che tra un po’ siano loro, i fornitori di contenuti, ad avere il coltello dalla parte del manico.

Qualche account in più

L’ho già scritto di là.

Last.fm, anobii.com e, non c’è due senza tre, Facebook. Avevo voglia di provare qualche social network nuovo (per me, naturalmente, che questi sono in giro da anni).

Io li ho elencati in ordine di “utilità percepita” (e non mi venite fuori con la storia dei compagni di scuola delle elementari, che se non ci siamo visti per vent’anni ci sarà un motivo), ma lascio un po’ di spazio per futuri ripensamenti.

Regolamentare Internet: Berlusconi non è solo

Oops: ultimamente mi era sfuggito un feed abbastanza interessante. Sembra che Berlusconi non sia l’unico che cerchi di regolamentare Internet. Ci si mette anche il ministro della cultura della autorevolissima Inghilterra (via LINX). Oltre, naturalmente, al prossimo G8.

Dico questo non per difendere B. Né per ribattere, una volta tanto, agli inglesini di The Register, a cui piace mettere alla berlina l’Italia. È per rispondere a chi magari pensa che “lui non sa quel che dice” o “non vi preoccupate, tanto non sa nemmeno cosa sia Internet”. Ecco, il problema è che forse lo sa.