Chrome e il Google dataspace


UPDATE (7/09/2008 ): un approfondimento sui dataspace.

UPDATE (20:43): la beta di Chrome e’ ora liberamente scaricabile, a patto di avere Windows
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A completamento del mio precedente post su Google Chrome, il nuovo browser, anzi no, sistema operativo, anzi no, contenitore di applicazioni, anzi no, tutti e tre insieme, vorrei aggiungere alcune considerazioni personali sul perche’ Google abbia deciso di percorrere questa nuova strada.

Quello che segue e’ una rielaborazione di un paio di commenti che ho lasciato ai post di Vittorio Zambardino e Luca de Biase, che mi hanno fatto ragionare sul perche’ di Chrome.

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Alon Halevy e’ un brillante (ex-)professore di database dell’universita’ di Washington che, dopo aver passato anni a studiare gli infiniti problemi legati all’integrazione di dati da sorgenti eterogenee (schema mediation, schema reconciliation, etc, etc), comincia a lavorare ad un’idea che di li’ a poco (siamo nel 2005) chiama dataspace. Dal 2006 lavora per Google, il brevetto dell’idea di dataspace arriva poco dopo. Infine, arriva Chrome

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Ma, in pratica, che cos’e’ un dataspace?
(qui una presentazione di Halevy del 2006)

Considerate l’insieme delle informazioni, personali e non, che ciascuno di noi dissemina in Internet. Tutti questi dati, siano essi email, chat, photo, “notizie” da quotidiani, documenti, etc. sono eterogenei, cioe’ hanno formati differenti, sono mantenuti su piattaforme indipendenti e possono avere interfacce d’accesso completamente diverse fra loro.

Il dataspace e’ quell’astrazione che ci permette di ignorare le differenze e di concentrarci sui dati veri e propri, con l’illusione che essi siano omogenei. In quest’ottica Internet smetterebbe di essere una costellazione di pagine web, di siti internet e applicazioni diverse, ma diventerebbe un continuum in cui possiamo muoversi senza sentire le barriere di una integrazione incompleta.

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Nel frattempo Google che fa?

Google si e’ gia’ costruita, negli anni, uno “spazio di dati” bello corposo, ma l’integrazione fa ancora un po’ acqua (se escludiamo il fatto che tutti i servizi sono accessibili tramite un unico account).

Il prossimo passo e’ sviluppare gli strumenti che possano rendere reale questa integrazione e dare vita, in modo concreto, a questo fantomatico dataspace.

Secondo me, Chrome e’ un passo decisivo in questa direzione: come molti prima di me hanno notato, qui non si sta proponendo “solo” un nuovo browser, ma si cerca di far passare una “filosofia” completamente nuova”: si vuole rendere obsoleto il concetto di sistema operativo come lo conosciamo.

Quando tutti i nostri dati saranno online, dalle mail ai documenti di lavoro, alle presentazioni fino ad arrivare alle foto delle vacanze, sara’ il browser (se ancora si chiamera’ cosi’) a fare la differenza e il sistema operativo sara’ un simpatico accessorio al nostro accesso a Internet.

Zambardino dice che i dataspace non c’entrano, ma secondo me stiamo dicendo la stessa cosa:

…il punto di forza è che sullo zoccolo di Chrome, si costruirà col tempo uno strato di nuove applicazioni crearte da terzi, anche singoli, che vorranno mettere la loro “bancarella” nel mercato dei grandi. Google a sua volta potrà integrare nel browser l’ubiquità e fluidità dei suoi servizi, godibili anche su cellulare…

Ma alla fine, quale sara’ la “user experience” dell’utente comune che usera’ questo super-browser pieno di mini-applicazioni? Quella di essere di fronte a un sistema operativo omnicomprensivo che gli permette di interagire con il suo spazio-dati (e probabilmente anche con quello dei suoi “friends”) attraverso una serie di interfacce piu’ o meno standard. Che e’ la base del concetto di dataspace (della sua implementazione reale, naturalmente).

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9 responses to “Chrome e il Google dataspace

  1. Pingback: Google, Chrome e Android « esperimento tre

  2. Veramente interessante la tua trattazione. Devo dire che la notizia del rilascio di Chrome mi aveva trovato molto scettico, già Google di per se mi trova molto scettico. Ieri ho scaricato il browser e l’ho provato. Mi pare ancora in fase embrionale, mi ha molto colpito la compattezza dell’interfaccia e credo che farà la sua forza. Oggi ho trovato informazioni su falle e questioni sulla raccolta di informazioni personali non molto ortodosse. Poi il tuo post su questo dataspace. Che dire? Attendiamo e stiamo a vedere.
    Per ora, però, io Firefox non lo abbandono, anche se è finanziato da Google.

  3. Grazie 😉

    Io non amo provare software, fare test, etc, soprattutto di prodotti in beta. Pero’ devo dire che questo chrome mi ha incuriosito molto (per le falle, se non ci fossero, che beta sarebbe? 😉 ).

    A me tutta la storia sui dataspace mi incuriosisce un casino. La prima volta che li ho sentiti nominare mi sembravano un discorso campato per aria, eppure sembra che si stiano lentamente concretizzando. Di tutto il rumore intorno Chrome, e’ questo l’aspetto che veramente mi interessa.

    ciao

  4. Ciao,
    una analisi davvero molto interessante la tua. Vista la tua comprensione del dataspace e viste le slide che segnali, volevo chiederti come pensi che si inserisca in questo quadro il discorso portato avanti dall’iniziazitiva Data Portability ( http://www.dataportability.org/ ).

    Saluti

  5. vaccaricarlo

    sono d’accordo su quasi tutto, Chrome non è un browser, ma quasi un sistema operativo, di certo un passo verso l’essere Google-centrici
    Vent’anni fa appoggiammo Micorsoft contro IBM, oggi Google contro Microsoft … l’unica vera differenza è che (anche) Chrome è opensource!

  6. @carlo
    Non so se c’e’ una grande differenza fra Google e gli altri. Chrome e’ Open Source, ma in fondo e’ solo l’interfaccia di un sistema operativo il cui “cuore” e’ nascosto nei meandri di Mountain View.

    Con Microsoft, almeno, qualcuno che ogni tanto prova a fare reverse engineering c’e’! 😉

  7. Pingback: Dataspace : MAPPE

  8. Pingback: Dataspace, web semantico e database « esperimento tre

  9. @Cyanto
    Scusa per la risposta tardiva, per qualche motivo il tuo commento era finito nello spam.

    Ho dato un’occhiata al link (che non conoscevo). Credo che l’idea sia quella: se ogni servizio web adottasse uno standard comune che gli permettesse di interoperare in modo automatico e (quasi) trasparente noi utente potremmo concentrarci sui contenuti.

    Personalmente, penso che un sistema del genere sollevi moti più problemi di privacy di quelli che ci sono già.