Monthly Archives: February 2008

La privacy in UK

A volte penso che gli inglesi provengano da un altro pianeta, o forse da un’altra epoca. Sembrano avere una fiducia di ferro nelle loro istituzioni, a costo di accettare errori e mancanze a volte anche gravi; in alcuni casi, per qualche ragione che molti non riescono a comprendere, decidono di attaccarsi a posizioni, appunto, anacronistiche.

Prendiamo il caso della sicurezza: l’Inghilterra e’ il paese europeo piu’ controllato da CCTV e varie altre tecnologie: “l’occhio vigile del GF” ti segue da quando esci di casa la mattina fino a quando rientri la sera. Ma se parli con un inglese-tipo, ti renderai subito conto che per lui non e’ un problema, ci convive perfettamente; e’ da un’altra parte che sta il vero problema, quello che fa agitare il tuo inglese e gli fa alzare un polverone mai visto per l’inaccettabile attacco alla sua privacy e liberta’ personali: si chiama Carta d’Identita’. Naturalmente, per noi poveri emigranti, che sappiamo cosa succede in Italia a uno straniero che dimentica a casa il passaporto, tutto questo non ha semplicemente senso.

Altri fatti, altri problemi. Un qualche funzionario britannico cretino smarrisce un paio di DVD con i dati personali di 25 milioni di cittadini britannici: si e’ perso, forse, nei menadri della Royal Mail. Indignazione e costernazione, inglese-tipo (quello di prima) molto “concerned” (ci credo, c’erano anche i suoi, di dati), ma anche rassegnato, del tipo “tanto le cose vanno cosi’, io non ci posso fare niente”.

Notizia di pochi giorni fa: “tutti gli studenti fra i 14 e 19 anni verranno inseriti, in modo permanente, in un database accessibile da tutti i potenziali datori di lavoro”. Fra le altre cose, “i dati includerano dettagli personali e risultati degli esami” e “rimarranno nel database per tutta la vita”. Per ora sono online solo mentre frequentano la scuola.

Sara’ sicuramente possibile rimuovere i propri dati dal database, ma, come al solito, pochi lo faranno. E visto che tutti gli inglesi frequentano la High School, il database che verra’ creato, da qui a pochi anni, conterra’ molti piu’ dettagli di quello delle carte di identita’; quest’ultimo, inoltre, essendo gestito dalla Polizia ( da chi per loro), avra’ sicuramente degli standard di sicurezza molto piu’ elevati di quello di un qualsiasi generico Ministero.

Il nostro inglese, molto prevedibilmente, fara’ spallucce a questa ennesima invasione della privacy, che arriva non richiesta e anche un po’ in sordina: non sapra’ rispondere a domande come “ma cosa c***o e’ un prospective employer?”, oppure “preferisci che ti registrino a vita tutta la tua carriera scolastica o le impronte digitali, che tanto se vai in USA te le prendono lo stesso?”

Come gia’ detto, non rispondera’ in modo convincente per noi poveri emigranti, ma sara’ in prima fila alla prossima manifestazione contro la carta d’identita’.

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Sylvester Stallone: Rocky IV si merita uno "0"

Rocky 1: 10
Rocky 2: 7.5
Rocky 3: 9
Rocky 4: 0
Rocky 5: 7
Rocky 6: ?

Questi i voti improbabili, ma decisamente autorevoli!, che Sylvester Stallone ha assegnato ai suoi Rocky, durante la puntata di ieri sera di Friday Night With Jonathan Ross (BBC One), una specie di David Letterman in salsa British.

Il voto dell’ultimo Rocky mi e’ sfuggito perche’ impegnato ad annotare i primi 5, ma a giudicare da come ne hanno parlato poi, direi che e’ stato abbastanza alto. Per il resto un po’ di battute su Schwarzenegger (tipo, “lui ha una catch phrase, I’ll be back, e quindi tutti se lo ricordano”), l’ovvio promo di Rambo VI, estremamente violento perche’ deve rappresentare la guerra (pero’ Rambo I non era cosi’), e altre battute varie.

Insomma, intervista carina. Se non fosse per quello 0… che qualche problema me l’ha creato… ma sono veramente l’unico a cui e’ piaciuto Rocky 4 (ok, puro Guerra Fredda style, ma la scena di lui che tira i tronchi, dove la mettiamo?).

ale

Se scarichi film ti meriti il 56K

Ci racconta Zambardino che in Inghilterra vorrebbero impedire l’accesso a Internet a chi scarica software illegalmente. E che questa misura dovrebbe essere attuata direttamente dagli Internet Service Provider.

Commento num. 1 (vedi anche Zambardino): ma non c’e’ un po’ troppo potere nelle mani di aziende private?

Commento num. 2: come si fa, in pratica? Contro ogni logica di protezione della privacy, si potrebbe usare una blacklist a cui tutti gli ISP d’Inghilterra accedono per controllare i loro utenti (penso sia meglio della “mail con la lista dei cattivi” recapitata ogni mattina). Bene. Che ci va nella lista? In Inghilterra non c’e’ la carta d’identita’, la patente non e’ obbligatoria, il “National Insurance Number”, che sarebbe meglio non usare, non e’ obbligatorio. L’indirizzo di casa? E se uno cambia casa? O va in uno Starbucks?

Mah, forse c’e’ qualcosa che mi sfugge, ma questa proposta, per ora, mi sembra abbastanza campata per aria.

Web 2.0 in azienda

Ho appena letto (via Paolo) i risultati di una tesi di laurea sulla penetrazione di Wiki e altri strumenti “Web 2.0” nelle aziende di alcuni paesi europei e non.

L’argomento mi incuriosisce perche’ l’azienda per la quale lavoro sta sostituendo Lotus Notes con Confluence per la gestione della knowledge base interna. La fase di transizione dal “vecchio” al “nuovo” si e’ appena conclusa e non mi sono ancora formato un giudizio sull’utilita’ di uno strumento di tipo Wiki in ambito aziendale. Solo due commenti, uno positivo, il secondo un po’ meno.

Il motore di ricerca interno sembra soddisfare le aspettative. Non sto parlando di efficienza, quella si vedra’ se e quando la vecchia KB sara’ inserita nel Wiki, ma di flessibilita’ e della possibilita’ di effettuare full text search fra le sue pagine, inclusi i documenti. Questa funzionalita’ e’ fondamentale se si vuole che una base di dati diventi, nel tempo, una sorgente di informazioni.

Il sistema di tag. In teoria, il tagging e’ una delle funzionalita’ piu’ sbandierate e importanti dei Wiki, quella che permette di creare link “semantici”, o di “interesse”, fra utenti, documenti, informazioni e quant’altro. In pratica puo’ diventare un arma a doppio taglio e, se usata in maniera non corretta puo’ creare diversi problemi:

  • Eccessiva frammentazione (troppi tag rispetto al numero di documenti/pagine)
  • Overloading dei tag piu’ comuni (pochi tag utilizzati dalla maggior parte delle pagine)
  • Emergere di “informazioni rare” perche’ taggate male (alcune ottime pagine non vengono mai trovate).

Insomma, il mio primo giudizio, quello “a pelle”, non e’ negativo, ma nemmeno completamente positivo. Forse i miei dubbi sono piu’ legati alla non conoscenza della tecnologia che a una qualche pecca del prodotto, ma questo lo capiro’ solo fra qualche tempo.

Google Apps Security Services

Allora, vediamo se ho capito quello che ho letto qui.

Il nuovo pacchetto Security di Google Apps offre delle funzionalita’ che aumenteranno la sicurezza di applicativi email quali “Microsoft Exchange Server, Lotus Domino, Postfix, Sendmail, Macintosh OS X Server, Novell Groupwise”. Il pacchetto, quindi, e’ orientato ad un utilizzo aziendale, cioe’ dove tali server sono in genere installati.

Le tariffe sono competitive e i servizi probabilmente validi (come al solito, quando si parla di Google):

* message filtering: anti-spam, anti-virus, anti-phishing, and malware protection for inbound messages – $3/user/year
* message security: inbound and outbound mail filtering, email encryption, content policy management – $12/user/year
* message discovery: the same as above plus one-year message archiving, audit reports – $25/user/year

Il vero problema, pero’, emerge quando ci chiediamo come funzioni questo sistema:

You change the MX records to point your mail traffic to Google’s data centers and all the bad traffic will be stopped before reaching your mail server.

A quanto pare, tutta la posta dell’azienda deve passare attraverso i server di Google! Fra le righe, infine, leggiamo che

Google processes email in RAM and doesn’t write the valid messages to disk

segno che qualche nota stonata e’ emersa anche da quelle parti.

Insomma, da un punto di vista della privacy aziendale non mi sembra accettabile consegnare nelle mani di un soggetto esterno tutta la propria corrispondenza, nella speranza che rispetti il suo motto e “non sia cattivo”!

Quanto vale il tuo dominio?

Moniker, un’azienda che si occupa di compravendita di domini Internet “per adulti” ha recentemente ha venduto il sito FreePorn [dot] com per la bellezza di 4 milioni di dollari.

Non voglio discutere della moralita’ o meno di questo business, intorno al quale girano sempre piu’ soldi, in particolare per quanto riguarda i gTLD quali .com, .biz, etc. e per il quale con una certa regolarita’ vengono organizzate vere e proprie aste.

Mi limito ad osservare che c’e’, in giro, chi ancora sottovaluta la portata e l’importanza di Internet o che, addirittura, si ostina a considerare il Web un gioco da ragazzini. E mi chiedo quanto sia sviluppato questo fenomeno in Italia, che e’ pur sempre uno dei primi 10 ccTLD in quanto a numero di domini registrati.

ale

Update: credo che avremo presto una risposta all’ultima domanda 😉

(Ri)cominciamo

Sono in una stanza d’albergo, connesso alla rete wireless che va e che viene. La rete e’ dell’albergo, ma e’ pubblica, aperta a tutti: Bruce Schneier non ci troverebbe niente di strano, io continuo a essere un po’ perplesso (la notizia, che notizia non e’, e’ un po’ datata, ma ancora mi affascina).