Voce marcata come ‘social network’
Facebook aggiorna (eufemismo per dire “cambia ancora una volta”) le regole della privacy.
Qualche mese fa avevo già scritto a proposito delle tecniche utilizzate da Zuckerberg per confondere gli utenti e impedirgi di capire fino in fondo cosa significa, da un punto di vista della privacy, far parte di Facebook. Le opzioni cambiavano di continuo e, ogni volta, il messaggio era: “stai tranquillo ora sì che sei al sicuro!”.
Bene, ci risiamo: in sé non sarebbe una gran notizia, però vale la pena leggere il commento di Luca De Biase a riguardo, di cui vi riporto alcuni estratti:
Mark Zuckerberg scrive ai 350 milioni di iscritti a Facebook per informarli che sta arrivando una nuova versione del sistema di controllo della privacy nel social network
[...]
Chi è consapevole della scarsa privacy che c’è su Facebook, tende a pubblicare in modo molto asettico e soltanto cose che possono essere pubbliche. Se invece si fosse davvero convinti che la privacy sarà mantenuta su quello che appare più personale, si potrebbe scrivere con maggiore spontaneità.
E’ proprio la spontaneità che interessa chi fa ricerche di mercato su Facebook. Il nuovo sistema non consentirà certo a chiunque di vedere qualunque cosa, ma aumenterà l’informazione che i robot di Facebook potranno utilizzare per fare analisi sui comportamenti, i valori e i cambiamenti culturali che avvengono tra le persone del social network.
[...]
(da Luca De Biase)
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Dal 18 al 20 Marzo sarò alla Web Science 2009 conference (http://websci09.org/). È la prima conferenza sulla “Scienza del Web” organizzata dalla Web Science Research Initiative (WSRI). Durante l’evento di apertura, il WWW forum, ci saranno Tim Berners-Lee e Joseph Sifakis che discuteranno del futuro del web.
La conferenza è stata pensata in un’ottica multidisciplinare perché multidisciplinare è l’ambito a cui la “Scienza del Web” si rivolge. Dal call for paper (grassetto mio):
Web Science focuses on understanding, designing and developing the technologies and applications that make up the World Wide Web. But the WWW does not exist without the participation of people and organizations [...]
… e chi sono, cosa fanno e come partecipano queste persone e queste organizzazioni?
How do people and organisations behave on-line – what motivates them to shop, date, make friends, learn, participate in political life or manage their health or tax on-line?
Which Web-based designs will they trust? [...]
How can the dark side of the Web – such as cybercrime, pornography and terrorist networks – be both understood and held in check without compromising the experience of others? [...]
And how can the design of the Web of the future ensure that a system on which – as Tim Berners-Lee put it – democracy and commerce depends remains ’stable and pro-human’?
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Quella che segue è un post un po’ lungo che rielabora alcuni commenti che ho lasciato nel post di Giovy (ne stanno parlando in diversi):
Attenzione a Facebook: nuove “condizioni d’utilizzo” vessatorie
Tutto comincia con il cambio (in sordina) delle condizioni di utilizzo di Facebook: in pratica è stato eliminato un paragrafo che, secondo alcuni, dava la possibilità di rimuovere i propri dati da Facebook.
Ho letto attentamente:
e questa è l’idea che mi sono fatto.
PROPRIETÀ DEI CONTENUTI
La proprietà dei contenuti rimane all’autore. L’autore però permette a FB di utilizzare i suoi contenuti sempre e comunque senza bisogno di ulteriori autorizzazioni e a prescindere dalla licenza (diritti riservati o altro).
Ovvio, altrimenti chiunque potrebbe chiedere i diritti a FB/Flickr o a chiunque altro solo per il fatto di avere quel contenuto sul loro sito. Loro ci fanno affari con il nostro contenuto, ok, ma noi abbiamo il servizio gratuito. È normale, non vedo perché scandalizzarsi.
E se siete curiosi, date un’occhiata alle condizioni di utilizzo di Yahoo!/Flickr, paragrafo 8: http://it.docs.yahoo.com/info/utos.html
DATI PERSONALI SU FACEBOOK
Quella che segue è la mia opinione personale su come stiano esattamente le cose. Potrei sbagliarmi.
Se si pubblica un messaggio in un Forum, non si ha diritto di chiedere che venga rimosso perché è pubblico. Se il Forum necessita di registrazione per essere letto, continua a essere pubblico. Ecco, FB è un grande Forum pubblico sul quale vengono appoggiati veli di visibilità. Ma resta un forum pubblico.
In altre parole, le varie aree (inbox, chat, wall, foto, etc.) sono pubbliche e unrestricted. Sono “tutti gli altri utenti”, piuttosto, che hanno visibilità limitata se cercano di accedere ad alcune aree, come ad esempio “messaggi per i quali non sono mittente né destinatario”. Il concetto di privacy, dunque, non è presente in FB come non lo è in un Forum pubblico.
Per questi motivi, non vedo un cambiamento sostanziale nelle recenti modifiche alle condizioni di utilizzo, né ci vedo un peggioramento.
COMMENTI FINALI
- Quelli di FB, il profilo degli utenti cancellati se lo sono sempre tenuti, è storia vecchia
- Sono convinto che FB sia il peggior social network che ci sia in termini di rispetto della privacy e dei dati personali
- Zuckerberg è un furbo e ha tutto l’interesse a non fare troppa chiarezza sul concetto di privacy in FB
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Stavo scrivendo questo post e mi sono reso conto che capitava a fagiolo (che brutta espressione!) con il lancio di Google Latitude, il social network che promette di avere sempre sotto controllo la mappa (geografica) dei tuoi amici.
***
A Gennaio si è tenuto a Barcellona un Workshop sul Futuro del Social Networking sponsorizzato dal W3C e qualche giorno fa ne è uscito il report. È interessante leggere le considerazioni che sono state espresse a proposito della privacy nei social network (da notare che erano presenti molte aziende che operano nel settore):
“forcing users to create accounts and record their data across many of these networks was counter-productive…
A decentralized architecture… would allow the user to choose how many accounts and profiles she desires…
… social networking technologies needed to preserve the possibility for a user to fragment its identity across various profiles, and, in an increasingly context-sensitive setting, to hide, blur or lie about the user’s current context, as a minimal option to protect privacy…
the difficulty of getting users to recognize the privacy-implications of their behavior on social networks… was found to stand as a great obstacle to the deployment of any technical solution…”
In pratica, i produttori di social network si stanno lentamente accorgendo che gli utenti non sono “sterminate praterie di dati personali che aspettano solo di essere raccolti”. E si sono anche accorti resi conto che se gli utenti non comprendono le implicazioni delle loro azioni sulla privacy, questo, in ultima analisi, rischia di danneggiare l’azienda stessa, perché gli utenti potrebbero decidere di rigettarne l’applicazione (questa, in realtà, è una considerazione mia).
Naturalmente, non è che adesso tutti cominceranno ad andare nella direzione opposta, sia chiaro: in fondo, partecipare a un social network, “fare rete”, vuol dire, per definizione, rinunciare a parte della propria privacy. Però fa piacere che anche “là fuori” qualcuno stia cominciando a interessarsi a questo problema.
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Che succede se qualcuno ti “ruba” l’account su Twitter? Nel momento in cui sto scrivendo, ad esempio, l’account “Microsoft” (http://twitter.com/microsoft) è vuoto e non appartiene all’azienda produttrice di Windows.
Uno “scherzo” come questo, nel campo dei domini internet, si chiama typosquatting (ne avevo già parlato da qualche parte): il nome (trademark) di un’azienda famosa (Microsoft, in questo caso) viene sfruttato per attirare traffico verso un sito o un servizio che con Microsoft non ha niente a che vedere. Il typosquatting non è legale e l’ICANN gestisce i casi dubbin tramite attraverso l’UDRP.
Twitter è un giochino carino, a volte utile, ma non fondamentale per il funzionamento di Internet. E se un giorno diventasse importantissimo? Sarebbe corretto che l’account Microsoft non fosse assegnato a chi, normalmente, ne avrebbe diritto?
Un anno fa Steve Poland fa incetta di account Twitter con l’intento dichiarato di rivenderli quando avranno acquisito valore. Uultimamente, però, se li vede annullare uno a uno per essere restituiti ai “legittimi proprietari”. Io penso che la decisione sia stata corretta (Steve Poland è solo uno speculatore). In generale, però, Steve ha ragione quando si chiede
I’m just wondering, when does it end? My personal twitter account is STP — are you going to pull that from me when STP (motor oil company) or Stone Temple Pilots comes to you guys and claims trademark infringement? My initials are STP — as in, “Steven Thomas Poland.”
Stiamo parlando di identità digitale: FaceBook, MySpace, Second Life e qualsiasi applicazione Web 2.0 identifica i propri utenti tramite un nickname univoco. A lungo andare, si crea una relazione forte fra utente reale e suo alter ego digitale un po’ come capita già fra un’azienda e il suo marchio. Da qui nascono due problemi importanti e contrapposti:
- Il problema della continuità, stabilità e persistenza del doppio virtuale dell’utente. La sicurezza, cioè, che un nickname o un account non venga cancellato, riassegnato e sospeso, magari perché inutilizzato per un certo periodo di tempo o perché richiesto da qualche entità terza che non ne abbia diritto.
- Il problema del Yet Another Social Network, il rischio, cioè, che l’identità che è di un utente in un’applicazione (spesso, lo ripeto, consiste di un semplice nickname) sia assegnata (magari anche in modo legittimo) a un altro utente in un’altra applicazione (UPDATE: per l’appunto, qui si parla di Reverse User Name Hijacking)
Esistono delle proposte in questo senso (OpenID, ad esempio) ma, oltre a non essere soluzioni definitive, sono, per ora, gestite da compagnie private, che non è il massimo.
Io credo che il problema dell’identità digitale, con tutti i suoi risvolti tecnici e legali, non sia ancora stato compreso e affrontato adeguatamente e mi chiedo se sia necessario, nel prossimo futuro, iniziare una riflessione di ampio respiro su questo tema (di typosquatting, ad esempio, si parla da anni e ormai c’è anche una certa letteratura legale a riguardo. Ma il problema è ancora lungi dall’essere risolto).
Per ulteriori approfondimenti consiglio la lettura di Social Media User Names Becoming More Like Domain Names apparso su DomainNameNews qualche giorno fa.
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Supponiamo che questo sia un falso allarme e che Google non stia intaccando la neutralità della rete. In fondo vuole fare un semplice “Edge Caching”: gli utenti di alcuni ISP accederebbero più velocemente ai contenuti di Google perché presenti già nella cache. Non si avrebbero contenuti più prioritari, solo contenuti oggettivamente più veloci.
Secondo David Isemberg (via Mantellini):
Net Neutrality only becomes an issue when a carrier picks and chooses which cache to supply pipes to.
…
The concern of Network Neutrality advocates is not with access but with delivery…Since the edge caching Google is proposing is about access, not delivery, there’s no problem.
e queste posizioni mi sembrano, più o meno, condivise da Luca de Biase nel suo post di ieri.
E se il discorso sulla neutralità della rete fosse diventando obsoleto? (nota: non in termini assoluti, ma nel senso che ormai è stato sviscerato abbondamentemente)
E se fosse ora di cominciare ad interrogarsi sulla neutralità dei contenuti?
Cosa succederebbe a quei piccoli ISP con basso potere contrattuale (ie, numero di utenti) per invogliare i Google e i Microsoft del futuro a investire in edge caching (tanto per fare un esempio) presso di loro?
La rete di accesso sta diventando meno costosa e gli ISP, conseguentemente, stanno perdendo il loro potere. I fornitori di contenuti, dall’altra parte, stanno diventando i veri attori del futuro: fareste, voi, un contratto con il vostro ISP se non vi assicurasse un accesso veloce a, che so, i servizi di Google?
Il focus, ormai, è sui contenuti. Per ora sto fantasticando, ma non è tanto inverosimile che tra un po’ siano loro, i fornitori di contenuti, ad avere il coltello dalla parte del manico.
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L’ho già scritto di là.
Last.fm, anobii.com e, non c’è due senza tre, Facebook. Avevo voglia di provare qualche social network nuovo (per me, naturalmente, che questi sono in giro da anni).
Io li ho elencati in ordine di “utilità percepita” (e non mi venite fuori con la storia dei compagni di scuola delle elementari, che se non ci siamo visti per vent’anni ci sarà un motivo), ma lascio un po’ di spazio per futuri ripensamenti.
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Del 2008 Worldwide Infrastructure Security report se ne è parlato brevemente su Repubblica (in questo articolo), ma è stato abbastanza ignorato. Il report è interessante, oltre che molto scorrevole da leggere. Si puo’ scaricare gratuitamente qui (serve registrarsi, ma se mi scrivete una mail ve ne mando una copia). 
La notizia più eclatante è sicuramente che l’attacco di tipo Distributed-Denial-of-Service (DDOS) più grande osservato nel 2007 ha consumato 40GB di banda.
Non tutti i service provider sono in grado di reggere un attacco del genere, ma quello che preoccupa è che la rete internet (backbone) è per la maggior parta formata da collegamenti di 10GB. Questo vuol dire che un attacco ben congegnato potrebbe mettere in ginocchio la rete.
Internet è un scale-free network. A fronte di migliaia di nodi (service provider) e link fra di essi (backbone e collegamenti dedicati di vario genere), esiste un numero relativamente basso di nodi, detti hub, che sono fondamentali per garantire la connettività della rete. È un po’ come un social network: la teoria dei “6 gradi di separazione” regge finché quelle persone che “conoscono tutti” rimangono nella rete. Se li togliamo, il social network si trasforma in un “social ocean”, formato da tanti isolotti non comunicanti.
Ecco, per Internet vale lo stesso discorso: un attacco informatico portato a (relativamente) pochi hub puo’ rendere inutilizzabile Internet a un numero molto elevato di ISP (e un numero ancor più elevato di utenti). Alcuni fanno notare come il blackout in Nord America dell’Agosto 2003 sia legato al fallimento di una grossa centrale che agiva da hub per una serie di altre centrali più piccole (appena trovo il riferimento lo aggiungo).
Per rimanere in Italia, date un’occhiata alla rete del GARR che assicura la connettività internet a tutta la penisola: i quattro hub (Milano, Bologna, Roma e Napoli) sono chiaramente visibili ed è altrettanto chiaro come il loro fallimento contemporaneo sarebbe in grado di “spegnere” tutto il paese.
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