UPDATE (7/09/2008 ): un approfondimento sui dataspace.
UPDATE (20:43): la beta di Chrome e’ ora liberamente scaricabile, a patto di avere Windows
***
A completamento del mio precedente post su Google Chrome, il nuovo browser, anzi no, sistema operativo, anzi no, contenitore di applicazioni, anzi no, tutti e tre insieme, vorrei aggiungere alcune considerazioni personali sul perche’ Google abbia deciso di percorrere questa nuova strada.
Quello che segue e’ una rielaborazione di un paio di commenti che ho lasciato ai post di Vittorio Zambardino e Luca de Biase, che mi hanno fatto ragionare sul perche’ di Chrome.
***
Alon Halevy e’ un brillante (ex-)professore di database dell’universita’ di Washington che, dopo aver passato anni a studiare gli infiniti problemi legati all’integrazione di dati da sorgenti eterogenee (schema mediation, schema reconciliation, etc, etc), comincia a lavorare ad un’idea che di li’ a poco (siamo nel 2005) chiama dataspace. Dal 2006 lavora per Google, il brevetto dell’idea di dataspace arriva poco dopo. Infine, arriva Chrome…
***
Ma, in pratica, che cos’e’ un dataspace?
(qui una presentazione di Halevy del 2006)
Considerate l’insieme delle informazioni, personali e non, che ciascuno di noi dissemina in Internet. Tutti questi dati, siano essi email, chat, photo, “notizie” da quotidiani, documenti, etc. sono eterogenei, cioe’ hanno formati differenti, sono mantenuti su piattaforme indipendenti e possono avere interfacce d’accesso completamente diverse fra loro.
Il dataspace e’ quell’astrazione che ci permette di ignorare le differenze e di concentrarci sui dati veri e propri, con l’illusione che essi siano omogenei. In quest’ottica Internet smetterebbe di essere una costellazione di pagine web, di siti internet e applicazioni diverse, ma diventerebbe un continuum in cui possiamo muoversi senza sentire le barriere di una integrazione incompleta.
***
Nel frattempo Google che fa?
Google si e’ gia’ costruita, negli anni, uno “spazio di dati” bello corposo, ma l’integrazione fa ancora un po’ acqua (se escludiamo il fatto che tutti i servizi sono accessibili tramite un unico account).
Il prossimo passo e’ sviluppare gli strumenti che possano rendere reale questa integrazione e dare vita, in modo concreto, a questo fantomatico dataspace.
Secondo me, Chrome e’ un passo decisivo in questa direzione: come molti prima di me hanno notato, qui non si sta proponendo “solo” un nuovo browser, ma si cerca di far passare una “filosofia” completamente nuova”: si vuole rendere obsoleto il concetto di sistema operativo come lo conosciamo.
Quando tutti i nostri dati saranno online, dalle mail ai documenti di lavoro, alle presentazioni fino ad arrivare alle foto delle vacanze, sara’ il browser (se ancora si chiamera’ cosi’) a fare la differenza e il sistema operativo sara’ un simpatico accessorio al nostro accesso a Internet.
Zambardino dice che i dataspace non c’entrano, ma secondo me stiamo dicendo la stessa cosa:
“…il punto di forza è che sullo zoccolo di Chrome, si costruirà col tempo uno strato di nuove applicazioni crearte da terzi, anche singoli, che vorranno mettere la loro “bancarella” nel mercato dei grandi. Google a sua volta potrà integrare nel browser l’ubiquità e fluidità dei suoi servizi, godibili anche su cellulare…“
Ma alla fine, quale sara’ la “user experience” dell’utente comune che usera’ questo super-browser pieno di mini-applicazioni? Quella di essere di fronte a un sistema operativo omnicomprensivo che gli permette di interagire con il suo spazio-dati (e probabilmente anche con quello dei suoi “friends”) attraverso una serie di interfacce piu’ o meno standard. Che e’ la base del concetto di dataspace (della sua implementazione reale, naturalmente).


